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Cassazione Civile Sez. 5   
Ord. Num. 23484 Anno 2018
Data pubblicazione: 28/09/2018
 
FATTI DI CAUSA

PF propone ricorso per cassazione, con cinque motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che - nel giudizio promosso avverso l'avviso di accertamento con il quale, sulla scorta di un verbale di constatazione della Guardia di finanza, veniva rettificata la dichiarazione relativa all'anno 1999 ed elevato il reddito imponibile ai fini dell'IRPEF, dell'IRAP e dell'IVA -, accogliendo parzialmente la richiesta del contribuente, "dopo aver valutato la tipologia di merce commercializzata, riteneva opportuno ridurre ulteriormente il reddito accertato dall'ufficio, riduzione che i primi giudici avevano quantificato nel 35% (considerando la consuetudine di praticare sconti e saldi di stagione su merce non più attuale), elevando la riduzione complessivamente al 50%". Con l'avviso impugnato l'ufficio aveva accertato per il 1999 maggiori ricavi, conseguenti all'applicazione di una diversa e maggiore percentuale di ricarico medio ponderato sul costo del venduto. E ciò all'esito, tra l'altro, dell'inventario di tutta la merce in azienda e dell'esame delle fatture d'acquisto relative al periodo 10 gennaio 1998 - 31 agosto 1999. Sulla base del costo del venduto per il detto periodo veniva determinata una percentuale di ricarico medio, che l'ufficio riteneva di non limitare alla rettifica dei ricavi per il periodo gennaio — agosto 1999, estendendola a tutti i ricavi del 1999. L'Agenzia delle entrate resiste con controricorso. Il Procuratore generale ha depositato conclusioni scritte.

RAGIONI DELLA DECISIONE
 
Col primo motivo il ricorrente, denunciando "violazione dell'art. 36 del d.lgs. n. 546 del 1992, dell'art. 2 112 c.p.c. e dell'art. 360, n. 4, c.p.c, in quanto la sentenza della CTR non affronta minimamente la questione sollevata dal ricorrente circa l'uso illegittimo delle doppie presunzioni da parte dell'ufficio. Nullità della sentenza per omessa pronuncia". Il motivo è in parte inammissibile, in quanto non coglie la ratio decidendi della pronuncia; ed è in parte infondato, non ricorrendo nella specie la violazione addebitata al giudice d'appello, che ha fatto corretta applicazione della regola, posta dall'art. 39, primo comma, del d.P.R. n. 600 del 1973, secondo cui "l'esistenza di attività non dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi precise e concordanti". Questa Corte ha infatti in più occasioni affermato che "in tema di imposte dirette ed in ipotesi di accertamento a norma degli artt. 39, primo comma e 42 del d.P.R. 29 settembre 1973, n.600, per presumere l'esistenza di ricavi superiori a quelli contabilizzati ed assoggettati ad imposta, non bastano semplici indizi, ma occorrono circostanze gravi, precise e concordanti (così come, per le presunzioni semplici, dispone l'art. 2729 cod. civ.). Ne consegue che non è legittima la presunzione di ricavi, maggiori di quelli denunciati, fondata sul raffronto tra prezzi di acquisto e di rivendita operato su alcuni articoli anziché su un inventario generale delle merci da porre a base dell'accertamento, ne' si rende legittimo il ricorso al sistema della media semplice, anziché a quello della media ponderale, quando tra i vari tipi di merce esiste una notevole differenza di valore ed i tipi più venduti presentano una percentuale di ricarico molto inferiore a quella risultante dal ricarico medio" (Cass. n. 979 del 2003). In proposito, neppure ha in modo adeguato criticato la percentuale di ricarico media cui è pervenuto l'ufficio, limitandosi a rilevare come fosse stato lasciato fuori dal calcolo del venduto, "in maniera ingiustificata, quasi la metà delle voci inventariate, ossia 729 voci".
 
Col secondo motivo, denunciando "violazione dell'art. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973, in relazione all'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., e vizio di omessa, insufficiente e intellegibile motivazione circa un fatto controverso decisivo del giudizio, in relazione all'uso delle doppie presunzioni". Il motivo è infondato, per le considerazioni svolte appena supra.
 
Col terzo motivo, denunciando "violazione dell'art. 360, n. 5, c.p.c., e vizio di insufficiente e inintellegibile motivazione circa un fatto controverso decisivo del giudizio, in relazione alla tipologia di accertamento utilizzato dall'ufficio", si duole che il giudice d'appello abbia "omesso di spiegare le motivazioni per le quali l'accertamento dell'ufficio fosse da considerarsi legittimo". Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile, perché sul punto la CTR ha "ritenuto legittima la soluzione seguita dall'ufficio di procedere induttivamente alla rettifica dei presunti ricavi a seguito del pvc della G di f. di Fiumicino , che aveva portato al risultato di una parziale verifica con controllo del magazzino del contribuente, in quanto la motivazione per relationem effettuata dall'ufficio permette di soddisfare l'esigenza del contribuente di conoscere quanto gli era stato addebitato, e ciò in linea con con l'art. 56, comma 3, del d.P.R. n. 633 del 1972. Per altro lo stesso contribuente, pur contestando il metodo dell'ufficio, aveva ritenuto possibile ricercare una soluzione di compromesso, valutando i motivi emersi dal pvc dei militari verbalizzanti, non molto diversi dalla realtà esistente, riferita alle merci presenti nell'attività".
 
Col quarto motivo, denunciando "violazione dell'art. 360, n. 5, c.p.c., e vizio di omessa, insufficiente e inintelligibile motivazione circa un fatto controverso decisivo del giudizio, in relazione alla discrasia tra avviso di accertamento dell'ufficio e pvc della G. di f.", si duole che la sentenza impugnata, nel considerare legittimo l'accertamento non avrebbe valutato la circostanza che avviso di accertamento e pvc giungono alla rettifica dei ricavi partendo da presupposti diversi. Il motivo è inammissibile, ove si consideri che questa Corte ha affermato che "la circostanza che l'accertamento induttivo sia stato preceduto da un verbale di contestazione in cui non sono stati rilevati i presupposti per il ricorso a tale modalità di accertamento, non è causa né di nullità, né di illegittimità' di quest'ultimo, non avendo l'avviso di accertamento carattere vincolato rispetto al verbale di constatazione sul quale si basa" (Cass. n. 19194 del 2017).
 
Col quinto motivo denuncia "violazione degli artt. 2697 e ss. c.c., dell'art. 39, comma 1, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973, in relazione all'art. 360, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso, con riferimento all'illegittimità del ricorso alle presunzioni, in presenza di una contabilità sostanzialmente corretta, sia all'idoneità di detto strumento a costituire indizio sufficiente a fondare la presunzione di evasione del tributo, con inversione dell'onere della prova. Il motivo è infondato, atteso che secondo l'orientamento di questa Corte "in tema d'imposte sui redditi, è legittimo il ricorso all'accertamento analitico- induttivo del reddito d'impresa ex art. 39, primo comma, lett. d), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, anche in presenza di una contabilità formalmente corretta ma complessivamente inattendibile, potendosi, in tale ipotesi, evincere l'esistenza di maggiori ricavi o minori costi in base a presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, con conseguente spostamento dell'onere della prova a carico del contribuente" (Cass. n. 23550 del 2014; Cass. n. 14068 del 2014). In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.
 
P.Q.M.
 
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in euro 8.200 per compensi di avvocato, oltre alle spese prenotate a debito.
 
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